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Avvelenamenti dei cani in Sicilia: riconoscere le esche avvelenate

Il delitto perfetto non esiste. Il killer lascia sempre la propria firma. Un’impronta. Anzi, “dissemina” sulla scena del crimine il proprio identikit. I bocconi avvelenati, che generano terrore e che creano stragi di animali domestici o di fauna selvatica, parlano più di quanto si immagini del profilo di chi li ha creati. Ogni esca avvelenata, fotografa l’unabomber che l’ha pensata. Il Centro di referenza nazionale per la medicina forense veterinaria, diretto da Rosario Fico, dell’Istituto zooprofilattico sperimentale di Lazio e Toscana con sede a Grosseto, ha codificato nel corso degli ultimi anni i diversi profili dei serial killer che credono di restare anonimi. In realtà, a dieci anni dall’ordinanza Martini che ha introdotto un percorso di legge per colpire, prevenire, indagare e bonificare i territori disseminati da esche, configurando ruoli e procedure che coinvolgono la veterinaria pubblica, il sindaco, le forze di polizia, gli Istituti zooprofilattici e le prefetture, si può affermare che la veterinaria forense fornisce a chi indaga tutti gli strumenti scientifici per ricostruire la scena del crimine e indicare la strada alle indagini. Arrivare al colpevole non solo si deve, ma si può!

Con l’approssimarsi di eventi

I recenti episodi di avvelenamenti di massa in Sicilia, che hanno sollevato l’indignazione di tutta Italia, spesso e volentieri coincidenti con l’approssimarsi di eventi sportivi, dal Giro d’Italia alle sagre, alle processioni, dicono da soli che “eliminare” il problema randagismo con l’uccisione volontaria di animali sia in alcune zone del paese un fatto socialmente praticato come “fisiologico”. Infatti i dati sulle segnalazioni di esche e di avvelenamenti, letti senza una riflessione, potrebbero indurci a pensare che essendo per ipotesi l’Emilia Romagna e la Toscana le regioni con la più alta quota di casi registrati, ebbene, che siano queste regioni del centro nord ad avere l’incidenza più alta del crimine. Diverso è leggere lo stesso dato come l’esistenza di comunità ed enti locali più solerti e immediati nelle segnalazioni dei casi. In altre regioni, per intenderci, le denunce latitano. “Tanto… che si può fare!?”.

Piano nazionale contro gli illeciti

E invece si può fare molto. È il Centro di referenza nazionale a svelare a Quattro Zampe che, nonostante le stragi di massa che fanno notizia, i casi di avvelenamento in questi ultimi dieci anni iniziano a contrarsi. Di più. Il ministero della Salute sta avviando con il Centro di Grosseto il “Piano nazionale contro gli illeciti sugli uccelli selvatici”. L’Istituto zooprofilattico sperimentale (Izs), in cabina di regia dell’importante nucleo di lavoro, potrà così in realtà monitorare tutti i casi di avvelenamento ora sottaciuti o limitati a singole denunce. L’ampio spettro che controlla la fauna, infatti, ci dirà molto di più sulle esche destinate ai selvatici, ma intercettate anche dagli animali domestici.

Sensibilizzare cittadini e istituzioni a denunciare

Allora, che cosa può fare la differenza? Sensibilizzare cittadini e istituzioni a denunciare. Se anni fa non tutti gli Izs erano attrezzati per affrontare la parte diagnostica di analisi di esche e animali vittime di bocconi, ora il quadro nazionale, conferma l’Izs di Grosseto, è pressoché uniforme. Le analisi sono alla portata di tutti. E studiare le modalità di costruzione delle esche, come detto, ci può dare l’identikit del killer. Dal 2005 al 2014, anni pre e post ordinanza, in cui si è statisticamente esaminato il fenomeno (a breve il Centro di referenza curerà l’uscita di una pubblicazione con i dati aggiornati, ndr), sono stati registrati casi con l’invio di 24mila animali morti e 11 mila casi di esche sospette. Questi sono i dati ufficiali reali. Non a caso l’Izs invita a diffidare dalle facili cifre spesso in circolazione, in realtà “fake news”, ossia notizie false ma accreditate come reali dalla stampa che non va alla fonte. Cioè il Centro di referenza nazionale, che è l’unico reale detentore dei casi documentati. Poche chiacchiere, insomma. Ma non solo.

Veterinari forensi investigatori

I veterinari forensi, veri e propri investigatori che setacciano la scena del crimine come nelle immagini televisive di Csi o dei Ris dei Carabinieri, registrano minutamente ogni dettaglio per reperire le fonti di prova, guidando gli accertamenti tecnici che sono irripetibili, e mettono in guardia dalla spettacolarizzazione involontaria della strage, come ad esempio quella di Sciacca.
E spiegano il perché. L’avvelenatore o anche chi crudelmente, ad esempio, impicca gli animali o scuoia i lupi e li esibisce sulla pubblica piazza, è alla ricerca malata, patologica, di vedere riprodotto il proprio atto criminale. Vuole andare a vedere il giornale su cui se ne parla, la divulgazione di massa sulla rete dei social. Tutto questo corrisponde all’esigenza della mente criminale di apparire con un gesto eclatante. L’avvelenatore di massa, ammoniscono i veterinari forensi, colui che sparge esche lo fa per soddisfare la propria eccitazione davanti alla crudeltà. La ripetuta sovraesposizione, come accade spesso su Facebook, di reati contro gli animali, aumenta il senso di potere e onnipotenza di chi li ha consumati.

Il serial killer si sente padrone del territorio

Il primo effetto ricercato dal serial killer è questo: “Il territorio ora è mio”. Il secondo effetto: la percezione di riconoscimento sociale nel comparire anche anonimamente, sui media, tv e giornali. Una volta tornato latente, sentirà il bisogno di ripetere il gesto criminale. Il primo identikit arriva, quindi, già dal “conteggio” delle vittime, dal grado di esibizionismo che si nutre nella spettacolarizzazione dell’avvelenamento: ci dice molto sui problemi relazionali del soggetto, la ricerca di appagamento del senso di nullità di chi per “valere” deve far parlare di sé è un indicatore importante in una comunità per restringere le indagini.

Gli scenari si ripetono ciclicamente

È un killer che non viene da lontano. È sicuro di agire quando e dove vuole e di non essere colto sul fatto. Gli studi dell’Izs di Grosseto hanno rilevato che determinati scenari si ripetono nelle stesse fasi dell’anno, in zone geografiche ben definite dell’Italia, con modalità seriali.

Marzo, settembre e ottobre i mesi più a rischio

Marzo è il mese più critico. L’incremento di casi positivi inizia da gennaio, prosegue a febbraio e raggiunge, come già detto, il picco a marzo. Ad aprile si ha un netto decremento con un minimo nel periodo estivo. In autunno (settembre-ottobre), in alcune regioni si ha un nuovo rialzo a cui segue un decremento negli ultimi due mesi dell’anno. A gennaio ricomincia il ciclo.

Non divulgare immagini e video cruenti

Le esche possono rivelare l’età, il sesso, la posizione sociale, la personalità del soggetto.  Se non c’è dubbio che si tratti di profili di persone socialmente “isolate”, disturbate, è innanzitutto la comunità locale ad essere la prima sentinella, a percepire il rischio sociale e quindi a non dover ignorare gli episodi di avvelenamento ma neppure a esagerare nel divulgare con immagini le scene dei ritrovamenti. Sono di fatto veleno potenziale per altri animali e nutrimento per chi è regista del delitto. Prima sarebbe meglio risolvere il caso, “andare a dama” e poi divulgare evitando di pubblicizzare la sospensione macabra dei cadaveri dei poveri animali uccisi, gli animalicidi di massa: altrimenti si appaga il criminale e si allontana la soluzione. È il come si confeziona l’esca a dare la direttrice delle indagini. Conta di più la modalità di preparazione del boccone più che il suo veleno. La vera e propria firma è come è fatto il boccone.

Formazione

La formazione delle forze dell’ordine e dei veterinari diventa indispensabile. Sono loro i primi a dover sapere che la tracciabilità della molecola limita il campo d’azione delle indagini. Non è un caso, fanno sapere con orgoglio dal Centro nazionale di Grosseto, che la facoltà di veterinaria dell’Università di Napoli abbia fatto partire il primo master europeo in scienze veterinarie forensi: 25 posti a disposizione esauriti in poche settimane. È il segno che l’ordinanza Martini del 2008 e il Centro di referenza istituito con decreto dell’allora sottosegretario alla Salute nel 2009, hanno seminato una cultura e un approccio d’attacco, innescando il cambiamento.

Progetto life-antidoto

Il progetto Life-Antidoto, messo in campo dal 2009 al 2014, è stato il primo passo storico, sia per la formazione dei primi cani anti-veleno in Italia, sei sentinelle specializzate nell’individuazione delle esche, nella cornice Parco del Gran Sasso, sia per la collaborazione con la Guardia Civil spagnola, in cui agisce una squadra investigativa avanzata. Se in Italia il refrain che sentiamo spesso ripetere è “non è di mia competenza”, diverso è l’approccio iberico davanti ai casi di avvelenamento o di sospette esche. L’approccio delle pattuglie tecniche è molto più diretto rispetto a quello italiano: il territorio viene “rastrellato”, cascine, stalle, case vengono sottoposte a perquisizioni se c’è il sospetto di un avvelenamento. In Italia l’art. 348 del codice di procedura civile, prevede che la polizia giudiziaria disponga di ampi margini di autonomia, sia di propria iniziativa che su delega, prima e dopo la comunicazione della notizia del reato. Gli agenti di polizia giudiziaria possono di propria iniziativa ricercare strumenti, mezzi, indizi, segni, materiali pertinenti al reato, evitare che si alterino tracce, cercare persone informate sui fatti e assicurare nuove fonti di prova. Ma quante volte accade? In Spagna è la regola.

Outdoor crime scene

La scienza cosa può fare? Nel caso in particolare di animali selvatici, è importante delimitare “l’outdoor crime scene”, sapere cosa fotografare, repertare, riprendere, registrare tutti gli elementi ambientali utili, prelevare correttamente la carcassa, sfruttare la genetica forense per risalire al killer. Esemplare fu quando Il Centro di referenza “incastrò” – con analisi del dna del contenuto gastrico dei cani avvelenati – l’esecutore del massacro. I bocconi erano intestini d’agnello con stricnina. Vennero confrontati con il dna dei soggetti di agnello di allevamenti in zona. Venne fatta la perquisizione e si trovarono le conferme e il veleno. Ci fu il processo e la condanna.

Progetto life natura antidoto

Di sicuro il progetto “Life natura antidoto” è stato pioniere. I capisaldi delle principali misure attuate nell’ambito di Antidoto risiedono nelle attività realizzate in Andalusia a partire dal 2004, anno di avvio di una strategia complessa e mirata contro l’uso dei bocconi avvelenati. Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga è stato il primo in Italia a impiegare una nuova ed efficace arma per combattere l’uso illegale del veleno: cani addestrati a trovare bocconi e carcasse avvelenate che lavorano con un team specializzato composto da addestratori, veterinari e personale dell’allora Corpo Forestale dello Stato. In uno scenario tra i più suggestivi d’Italia i Nuclei Cinofili Antiveleno hanno fronteggiato con successo una delle minacce “umane” più gravi per la conservazione di molte specie di mammiferi e rapaci. Cofinanziato dalla Commissione Europea, in collaborazione con le Regioni spagnole di Andalusia e Aragona, ha avuto il suo felice seguito nel progetto Pluto. Il progetto prevede, infatti, l’attivazione di Nuclei Cinofili Antiveleno da parte del Corpo Forestale dello Stato, ora Carabinieri Forestali, ciascuno dei quali composto da un conduttore e da due cani, che opereranno in tutta l’Italia centrale e meridionale coprendo complessivamente 11 regioni. I Nuclei svolgono ispezioni periodiche nelle aree più a rischio e ispezioni di urgenza nel caso di segnalazione di carcasse o bocconi avvelenati per bonificare il territorio da eventuale altro materiale avvelenato – prevenendo così ulteriori decessi – e recuperare elementi utili per le indagini.

Tra le proposte emerse dal progetto “Antidoto”, che ha formato non solo personale italiano ma anche la polizia di Andalusia e di Aragona, si chiede, in caso di ritrovamento di esche o di sospetti avvelenamenti di:

  1. Introdurre come reato penale la detenzione di sostanze tossiche quali cianuro, stricnina, fosfuro di zinco e altre sostanze tossiche;
  2. Inasprire le sanzioni amministrative come in Andalusia e Aragona (da 60mila a 300mila euro) per chiunque prepari, detenga, utilizzi o abbandoni esche e bocconi avvelenati o contenenti sostanze nocive, vetri, plastiche e metalli o materiale esplodente;
  3. Sospendere l’attività venatoria per almeno 4 stagioni venatorie dove sono stati accertati casi (in Andalusia, in Spagna, viene sospesa la licenza da 5 anni a 10 anni);
  4. Sospendere per almeno 4 anni l’immissione e la cattura di capi di selvaggina nelle zone di ripopolamento e cattura o nei centri pubblici e privati di produzione di selvaggina, fino alla revoca dell’autorizzazione e la trasformazione dell’area in oasi;
  5. Sospendere per almeno 4 anni l’attività di ricerca e raccolta dei tartufi per una superficie minima di 3 km per 3 km attorno all’area;
  6. Sospendere per almeno 2 anni (4 se aree protette) il pascolo nelle aree pubbliche in concessione;
  7. Vietare, per almeno 4 anni, qualsiasi attività di ripopolamento faunistico a scopo venatorio e attività di controllo dei predatori mediante abbattimento per una superficie minima di 3 km per 3 km.

Segnalare un caso di avvelenamento

Il proprietario di un animale interessato da sospetto avvelenamento deve segnalare il caso alle autorità competenti tramite il medico veterinario che emette la diagnosi di sospetto avvelenamento, oppure può denunciarlo direttamente alle autorità di Polizia Giudiziaria (Carabinieri, Polizia di Stato, Carabinieri Forestali, Polizia Municipale, Guardie Zoofile ecc.). Queste ultime provvederanno a interessare un medico veterinario o i Servizi Veterinari della Asl competente. Un cittadino che rinvenga uno o più bocconi, un animale selvatico o una carcassa presumibilmente avvelenati deve comunicare il rinvenimento ai Carabinieri Forestali oppure a un’autorità di Polizia Giudiziaria (Polizia di Stato, Carabinieri, Polizia Municipale, Guardie Zoofile ecc.) o al Servizio Veterinario della Asl competente. Qualsiasi autorità di Polizia Giudiziaria è tenuta a ricevere la segnalazione.

Obblighi dei sindaci

Il sindaco, non appena ricevuta la segnalazione del rinvenimento di sospetta carcassa o sospetto boccone da parte di un veterinario, deve dare “immediate disposizioni per l’apertura di un’indagine da effettuare in collaborazione con le autorità competenti”. Se l’Izs comunica che “il quadro anatomopatologico non esclude il sospetto di avvelenamento” (in attesa dei risultati degli esami tossicologici) il sindaco deve procedere entro 48 ore con: • l’attivazione degli interventi necessari alla bonifica dell’area; • l’apposizione di apposita cartellonistica che segnali la pericolosità dell’area; • l’intensificazione dei controlli delle Autorità.

Obblighi veterinari

Ogni veterinario ha l’obbligo, quando si trova di fronte a un animale che sospetti essere morto per avvelenamento o a un animale vivo con sintomatologia riferibile a esso, di segnalare il caso, anche via fax, al sindaco del territorio comunale di competenza, nonché al Servizio veterinario dell’Azienda Sanitaria Locale di zona. Dopo la segnalazione il veterinario deve inviare la carcassa e/o il materiale sospetto, per tramite dei Servizi Veterinari della Asl, all’Izs. L’invio deve essere accompagnato da un referto anamnestico il più possibile dettagliato, al fine di indirizzare la ricerca analitica, e da altre informazioni utili (nome del proprietario, luogo del ritrovamento ecc.).

Obblighi degli istituti zooprofilattici sperimentali

Gli Izs devono eseguire la necroscopia e l’esame ispettivo del materiale entro 48 ore dal ricevimento della carcassa e/o dei bocconi e devono effettuare le analisi tossicologiche sul materiale pervenuto e/o sui campioni prelevati in fase di necroscopia entro 30 giorni. Nel caso in cui l’esame anatomopatologico (necroscopia) non escluda la causa di morte per avvelenamento, l’anatomopatologo dell’Izs deve comunicare la conferma del sospetto: 1. al veterinario che ha inviato il campione; 2. al sindaco; 3. al Servizio veterinario dell’Asl; 4. alla Procura della Repubblica. Ulteriore comunicazione sarà data agli stessi soggetti allorquando sarà disponibile l’esito delle analisi di laboratorio.

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